Verso la fine di ottobre dell’anno 1925, in tutto il Tortonese e negli ambienti aviatori italiani, calò una cappa di gelo allorchè fu percorso e scosso da una tragica notizia.
Un giovane – ma già noto pilota collaudatore – il tenente Eugenio Mossi, trentenne, di Spineto Scrivia, durante un volo di prova era precipitato nel cielo di torino, nella zona di Corso Francia dove, in quegli anni, si trovava il campo d’aviazione della Società aeronautica Ansaldo, presso la quale era stato distaccato dal proprio Comando per provare un nuovo velivolo da caccia, il C.R.
Il tenente Mossi non era nuovo a questi voli avendo collaudato anche i precedenti modelli della casa torinese la quale aveva sempre dimostrato in lui la più convinta fiducia facendo tesoro delle sue preziose indicazioni che conseguivano alle prove da lui compiute.
I giornali dell’epoca mettevano in risalto che “[…] il Mossi, infatti, oltre ad essere ben voluto per il suo carattere aperto e il suo tratto signorile, era stimatissimo come pilota. In guerra ed in pace aveva dato delle prove non dubbie della sua abilità di guidatore. Era uso agli ardimenti, le acrobazie del cielo non avevano segreti per lui“.

La sciagura avvenne alle 10:45.
Il tenente Mossi era salito sopra un apparecchio C.R. da caccia, di grande velocità, potendo raggiungere i 280 chilometri orari. Aveva iniziato il suo volo con alcune prove ad alta velocità, mantenendosi a bassa quota e volteggiando sul campo.
Intraprese, quindi, la manovra che gli sarebbe stata fatale, chiamata nel gergo aviatorio tanneau od anche reversement: “[…] l’apparecchio che procede normalmente ad un dato punto fa un giro completo su se stesso sopra l’asse orizzontale e si ritrova a proseguire nella stessa primitiva direzione; oppure – e allora la manovra è più complicata e più difficile – nel mentre il velivolo gira su se stesso, compie un dietro-front di guisa che quando ha compiuto l’evoluzione si trova a percorrere il cielo in direzione perfettamente contraria alla primitiva”.

Il tenente Mossi tentò questa seconda forma di rovesciamento acrobatico, puntando l’apparecchio verso il cielo. A circa 200 m dal suolo girò su se stesso; proprio nel momento in cui si trovò capovolto, il motore mancò improvvisamente e l’apparecchio, perdendo velocità, cominciò a precipitare.
Gli esperti che seguivano il volo si resero conto immediatamente del pericolo che stava correndo il pilota il quale – più conscio degli altri per la sua esperienza ed il suo intuito – manovrò per raddrizzare e riprendere il controllo dell’apparecchio che aveva cominciato a cadere “a perpendicolo”.

Certamente non fu la mancanza di perizia e di sangue freddo che mancarono al pilota, ma la possibilità materiale che la manovra potesse riuscire in quanto non a 200 m, ma ad un’altezza superiore sarebbe stata forse possibile.
Fallito il primo colpo di timone, il velivolo continuò a precipitare avvitandosi e, cadendo con il peso del motore in giù, si infranse al suolo sprofondandovi in parte.
Con un urlo di raccapriccio i presenti accorsero verso l’apparecchio che era caduto all’estremità del campo dalla parte opposta a corso Francia.
Telefonicamente venne data la notizia alla direzione generale dell’Ansaldo e al Comando Militare.
Intanto, agli sguardi degli accorrenti, si presentava uno spettacolo spaventoso: dall’apparecchio si alzavano il fumo e le fiamme degli oltre duecento chilogrammi di benzina conenuti nel serbatoio che, nella caduta, si era rotto, incendiandosi. In mezzo a queste fiamme carbonizzava il corpo del povero pilota. Vani furono tutti i tentativi per salvarlo.

Sul posto accorsero, poco dopo, il giudice istruttore, il procuratore del Re, il colonnello Calderara comandante del presidio aeronautico di Torino, ufficiali e militi dei carabinieri che procedettero ad isolare la zona e ad effettuare gli accertamenti ed i rilievi del caso.

La salma del tenente Mossi fu trasportata e composta in una sala degli uffici dello stabilimento Ansaldo dove, durante la notte, fu vegliata da una guardia d’onore di ufficiali dell’aviazione, da amici e da colleghi.
I suoi superiori, pochi giorni dopo, avrebbero convocato il tenente Mossi per comunicargli che per i meriti acquisiti, sarebbe stato promosso capitano.

Giovedì 5 novembre, alle ore 10, si svolsero i funerali a torino e, quindi, la salma proseguì per Tortona dove, giunta alle ore 15, fu collocata nella camera ardente allestita nella caserma Passalacqua ove prestava servizio un picchetto d’onore del 43° Fanteria ed uno dell’aviazione.

Il sabato seguente, alle 10, la salma del tenente Mossi, avvolta nella bandiera tricolore, lasciava la caserma su di una carretta reggimentale, circondata da un gruppo di aviatori.
Il mesto corteo attraversò le vie di Tortona tra due ali di folla commossa e riverente, mentre dai balconi pendevano bandiere tricolori abbrunate, con la banda militare diretta dal maestro Marchesini, 35 corone di fiori, il corpo dei Vigili Urbani, una compagnia del 43° Fanteria, Don Piccoli in rappresentanza del Vescovo ed una moltitudine di persone.
Raggiunse Porta Genova dove il sacrificio dell’eroico aviatore fu commemorato dal sindaco di Tortona Grand’Ufficiale Generale Salice, dal commendator Mario Negro-Ravelli e dal capitono Fanteucci di Torino.

La salma proseguì, infine, per Spineto dove tutta la popolazione era in attesa.
Presenziarono i sindaci di Spineto, Carbonara, Paderna e Villaromagnano, rappresentanze di tutte le scuole dei paesi vicini ed i parroci don Zunino, don Goggi, don Cantù che officiarono e cantarono una solenne messa funebre.

Dopo la funzione religiosa, il corteo si diresse verso il cimitero dove il capitano Guerra, mutilato di guerra, quale amico d’infanzia e commilitone, la maestra Mascheroni, il sig. Cantù e la medaglia d’oro tenente Cabruna, con nobilissime espressioni di cordoglio diedero l’ultimo saluto alla “salma dell’eroico aviatore, una delle migliori ali d’Italia che, tra la più viva commozione dei presenti, venne tumulata nel sepolcro di famiglia.

A lui venne dedicato l’aeroporto di Novi Ligure. Nella cappella di famiglia del nuovo cimitero, una lapide lo ricorda:

ALL’IMPERITURA MEMORIA
DEL TENENTE PILOTA
EUGENIO MOSSI
1895-1925
CHE PER IL PROGRESSO
DELL’AERONAUTICA
PERSEGUITO CON NOBILE
SENSO DEL DOVERE
IMMOLO’ LA SUA GIOVANE VITA


Notizie tratte da Il Popolo dell’8 e del 15 novembre 1925, citate da Peverone nel suo libro.

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